Sono sempre stato affascinato dai fumetti, dai cartoni animati, dalle action figures di plastica o dei videogiochi, che con poche variazioni delle forme geometriche più semplice riescono a dare una fisionomia ad un personaggio. Per questo ricerco sempre un esempio, un campione immediatamente riconoscibile e familiare rappresentante di un universo noto a tutti, figura o simbolo che sia.

Piccoli mondi che di volta in volta sono fatti di carta, di pixel, se sono fortunati di celluloide o addirittura di plastica e che, animati dalla fantasia dell’artista che li ha creati o del bambino di ogni età che li ha amati e li ama vivono una serie di intrecci, affetti, contrasti, drammi grandi o piccoli. Icone della modernità talmente famose che la cosa che più mi sorprende è che nessuno ha mai pensato di far loro un monumento, ed è quello che per me è diventato un vero e proprio bisogno: dargli forma nella rappresentazione che ritengo la più alta, la scultura in materiale lapideo.

Poterli osservare finalmente a grandezza naturale, esplorarli in tutte e sei le dimensioni mentre escono dal loro bozzolo di pietra o marmo è il godimento più grande di un bambino che passava le ore a rigirarsi fra le mani un pupazzo di plastica calamitato cercando di cogliere nelle forme aliene una funzione occulta. Poter toccare con mano qualcosa che non si pensava potesse appartenere al mondo reale, dare forma a ciò che era fatto di sole luci e colori.

Visto che siamo condannati a non poter entrare nel loro mondo, li ho portati nel nostro.